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  • Conseguenze della Brexit sull'Import Export

Brexit: le conseguenze economiche sull’import-export e sul settore dei trasporti

I membri dell’Unione Europea fanno parte di un’unica area commerciale in cui possono usufruire dei vantaggi dell’unione doganale, grazie alla quale le merci circolano liberamente.

L’uscita di uno dei Paesi più importanti dalla UE comporta diverse conseguenze in numerosi settori.
Cerchiamo di capire insieme le possibili ripercussioni della Brexit a livello di problematiche doganali, scambi commerciali, e di trasporti, soprattutto alla luce degli ultimi aggiornamenti.

Il termine Brexit, nato dall’unione di “Britain” ed “Exit”, identifica la volontà del Regno Unito di uscire dall’Unione Europea, sancita attraverso un referendum consultivo, che si è svolto in UK e a Gibilterra il 23 giugno 2016.

I risultati del referendum hanno visto una maggioranza di voti pari al 51,9% a favore dell’uscita dalla UE, contro il 48,1% di sostenitori della permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea.

Risultato referendum brexit

 

Le conseguenze della Brexit per il trasporto  merci

Le implicazioni derivanti dalla Brexit per il settore dei trasporti di merci potranno riflettersi non solo su costi e servizi, ma riguarderanno anche aspetti relativi alla sicurezza, alla tutela ambientale e altri ancora.

In attesa di conoscere le decisioni definitive derivanti dalle trattative in corso, cerchiamo di ipotizzare alcuni possibili effetti dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea per quanto riguarda il trasporto merci, con un focus particolare sul trasporto marittimo:

  • BREXIT E MERCATO UNICO EUROPEO: finché la clausola di recesso non sarà operativa, il Regno Unito godrà dei vantaggi del mercato unico europeo, nel quale non sono previsti dazi sulle merci all’interno dello spazio doganale comune per gli Stati membri. Per non perdere questi benefici e continuare a trasportare merci e persone da e verso l’UE, le società britanniche potrebbero decidere di entrare a far parte del SEE (Spazio Economico Europeo).
  • ISCRIZIONE DELLE NAVI EUROPEE AL REGISTRO BRITANNICO: allo stato attuale, una compagnia marittima europea all’interno del SEE può iscrivere le proprie navi nel registro britannico, il quale attesta uno standard elevato in tema di sicurezza marittima, protezione ambientale e salvaguardia delle condizioni dei lavoratori a bordo. Questo garantisce meno controlli da parte delle autorità portuali dei vari Stati e incentivi dovuti alla Tonnage Tax britannica (tassa sul tonnellaggio).
    Se il Regno Unito entrerà nel SEE questi vantaggi per le società marittime europee saranno quasi sicuramente garantiti, altrimenti dipenderà dagli specifici accordi di uscita.
  • ISCRIZIONE DEGLI AEREI EUROPEI AL REGISTRO BRITANNICO: lo stesso discorso vale anche per gli aerei di proprietari appartenenti allo Spazio Economico Europeo, che potrebbero perdere la possibilità di essere iscritti al registro britannico.
  • CABOTAGGIO: per ciò che riguarda il cabotaggio in UE, senza accordi specifici, il Regolamento (CEE) n. 3577/92, relativo all’applicazione del principio della libera prestazione dei servizi ai trasporti marittimi fra Stati membri (cabotaggio marittimo), resterebbe attuabile solo per gli armatori europei e non sarebbe più valido per le compagnie marittime di proprietà britannica, le quali potrebbero perdere il diritto di offrire servizi di cabotaggio all’interno dell’UE.
  • SICUREZZA E AMBIENTE: considerando l’ipotesi di maggiore instabilità, la Brexit potrebbe comportare una diminuzione nella condivisione di informazioni tra i servizi di sicurezza del Regno Unito e quelli degli Stati membri, aumentando le situazioni a rischio, le quali, a loro volta, determinerebbero ritardi dovuti a controlli più approfonditi.

Per quanto riguarda le normative in materia di ambiente e tutela della salute in ambito marittimo, il Regno Unito sarebbe comunque tenuto a rispettare le due principali Convenzioni internazionali in merito, ossia MARPOL – International Convention for the Prevention of Pollution from Ships (Convenzione internazionale per la prevenzione dell’inquinamento causato da navi) e SOLAS – International Convention for the Safety of Life at Sea (Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare).

  • CONTROLLI NEI PORTI: non essendo più applicabile la Direttiva 2009/16/CE sul controllo da parte dello Stato di approdo, il Regno Unito continuerà a sottostare al Memorandum di Parigi sul Controllo dello Stato del Porto (Paris Memorandum of Understanding on Port State Control o Paris MoU).
  • TASSAZIONE: considerando che l’IVA rappresenta un quinto delle entrate fiscali del Regno Unito si può considerare poco probabile una sua abolizione. È verosimile che vengano mantenute le normative trattate dalla giurisprudenza europea in materia di IVA sulle transazioni, ipotizzando il Regno Unito all’interno del SEE e quindi del mercato unico europeo. Tratteremo in modo più approfondito il tema dell’IVA e delle imposte indirette più avanti, affrontando l’argomento dell’impatto della Brexit sugli scambi commerciali.

Quello che ad oggi è quantomeno auspicabile è la volontà della politica britannica di non ostacolare in alcun modo il flusso di merci e di passeggeri, continuando ad agevolare gli scambi commerciali con l’Unione Europea attraverso il trasporto marittimo e le altre tipologie di trasporto.

 

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Brexit Import-export: la situazione attuale del trasporto merci Italia-Inghilterra

 

Nonostante le incertezze rappresentate dalla Brexit, l’export del made in Italy verso il Regno Unito non sembra aver subito frenate e, anzi è in crescita, secondo il prospetto sull’interscambio fra Italia e UK di gennaio – febbraio 2017 elaborati dall’Istituto nazionale per il Commercio Estero (ICE Londra), su dati Istat.

Gli scambi commerciali tra i due Paesi sono infatti aumentati del +2,4% rispetto al 2016, raggiungendo quota 34,5 miliardi di euro, di cui 23,1 miliardi di esportazioni verso la Gran Bretagna e 11,4 miliardi di euro di importazioni verso l’Italia.

Nel 2017 le esportazioni italiane in Inghilterra ha visto protagonisti i macchinari e gli autoveicoli, seguiti dal settore farmaceutico e dall’abbigliamento. Gli autoveicoli sono invece la voce principale dell’import dalla Gran Bretagna.

Rispetto al totale del commercio estero britannico, l’Italia si colloca come ottavo partner del Regno Unito, con una quota pari al 3,4%, mentre l’isola britannica nel 2017 è risultata il quinto partner commerciale della Penisola italiana, rappresentando il 5% dell’export nazionale.

Secondo i dati Istat sul commercio estero dell’Italia a gennaio 2018 si è verificata una diminuzione del -2,5% dell’export made in Italy rispetto al mese precedente, ma un aumento significativo in termini tendenziali sia per l’export (+9,5%) che per l’import (+7,8%), principalmente grazie alla crescita dell’interscambio con l’area UE.

 

Brexit e Dogana: L’impatto sugli scambi commerciali con il Regno Unito a livello doganale

Dogana Inghilterra Italia

Al momento, non è possibile avere certezze sugli accordi in tema di scambi commerciali che verranno stabiliti in via definitiva dalle trattative in corso tra Regno Unito e Unione Europea. Possono essere effettuate solo previsioni e stime sugli scenari derivanti dalla Brexit, prendendo in considerazione sia l’eventualità di una cosiddetta “soft Brexit”, ossia il caso di un’uscita meno drastica che consentirebbe alla Gran Bretagna di stipulare accordi per continuare a fruire di parte dei vantaggi del mercato unico, che di una “hard Brexit”, cioè un’uscita totale, con effetti sicuramente più pesanti.

Non dovesse essere raggiunta un’intesa, tra le conseguenze di una rottura completa con l’UE bisogna considerare l’introduzione di dazi doganali e barriere, dovuti all’esclusione di Londra dall’area di libera circolazione di merci e persone.
Nello specifico, le norme da adottare sarebbero quelle del WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio, con l’applicazione di un’imposta media del 5% ai prodotti dell’industria (10% nel caso delle automobili) e del 15% ai prodotti agricoli.

Si calcola che il prezzo dell’entrata in vigore di barriere tariffarie e non tariffarie si possa aggirare sui 69,6 miliardi di euro, in termini di percentuale sul Val (valore lordo aggiunto), con implicazioni negative soprattutto su commercio, turismo e agricoltura. In Europa il settore più danneggiato sarebbe l’automotive, mentre per quanto riguarda l’Italia l’impatto negativo si tradurrebbe in una perdita di circa 2,5 miliardi di euro, con le piccole imprese che pagherebbero il prezzo più alto di eventuali dazi doganali Italia Inghilterra.

Dei 69,6 miliardi, il peso maggiore (fino a 4 volte più elevato) ricadrebbe sulla Gran Bretagna, la quale potrebbe scongiurare gli sviluppi più negativi accettando di far parte di un’unione doganale: in questo caso il peso degli effetti sul commercio si ridurrebbe a 17 miliardi per l’Unione Europea e 21 miliardi di euro a carico del Regno Unito.

Relativamente alla circolazione delle merci durante questa fase transitoria, quelle sul mercato europeo pre-Brexit potranno continuare a circolare liberamente sotto la supervisione dell’UE, senza la necessità di modificare prodotti o etichette.

Un discorso più approfondito lo merita il tema dell’IVA e delle imposte indirette, in quanto, nell’eventualità che il Regno Unito diventi a tutti gli effetti un Paese terzo, le norme UE in materia doganale e di tassazione indiretta non saranno più applicabili in UK.
Tra le conseguenze più probabili troviamo:

  • l’applicazione di dazi doganali tra Inghilterra e Italia, così come tra Regno Unito e altri Paesi membri dell’Unione Europea, comporterebbe un forte aumento di pratiche burocratiche e adempimenti, con una dilatazione dei tempi e un accrescersi dei costi dell’import/export con l’UK.
    Inoltre, alcune merci diventerebbero soggette a restrizioni per motivi di sicurezza o protezione della salute, mentre altre, originarie del Regno Unito e incorporate in merci esportate dall’Unione Europea verso Paesi terzi non potranno più essere considerate “contenuto UE” ai fini della politica commerciale comune.
  • le merci spedite dall’UE al Regno Unito e viceversa saranno considerate rispettivamente importazioneesportazione di merci, in conformità con la direttiva n. 2006/112/CE in materia d’imposta sul valore aggiunto. Quindi l’IVA sarà applicata all’importazione, mentre le esportazioni saranno esenti dall’IVA europea.

In tema di accise, le merci spedite dalla UE al Regno Unito e trasportate dalla Gran Bretagna verso l’Unione Europea saranno valutate come importazioni o esportazioni di prodotti soggetti ad accisa, in base alla direttiva 2008/118/CE relativa al regime generale delle accise. Di conseguenza, questi movimenti saranno classificati come esportazioni, e come tali la vigilanza sulle accise terminerà nel luogo di uscita dalla UE, non essendo più applicabile l’EMCS, il sistema di controllo e circolazione delle accise. Da questo deriva che i movimenti di prodotti sottoposti ad accisa nel Regno Unito richiederanno una dichiarazione di esportazione e un documento amministrativo elettronico (e-AD).

 

Brexit, ultimi aggiornamenti 2018

In attesa dell’attivazione della clausola di recesso citata all’Art. 50 dal Trattato sull’Unione Europea, introdotto dal trattato di Lisbona nel 2007, che regolamenta le condizioni e le procedure per l’uscita di un Paese dal blocco comunitario, vediamo a che stato di avanzamento sono arrivate le trattative tra Gran Bretagna e Unione Europea.

A marzo 2018 gli aggiornamenti sulla Brexit riguardano principalmente il periodo di transizione, in cui, considerando la data finale del negoziato fissata per il 29 marzo 2019, tutto resterà invariato fino al 31 dicembre 2020.

Durante la transizione gli immigrati nel Regni Unito dagli altri Paesi membri potranno continuare a lavorare o studiare in UK con gli stessi diritti di adesso, tra cui il diritto a rimanervi acquisendo una residenza permanente. Inoltre, pare che in questo periodo la Corte di Giustizia Europea continuerà ad avere giurisdizione sul Regno Unito.

Nessuna intesa al momento sui temi di unione doganale, dazi e scambi commerciali post-Brexit. Come sottolineato durante il Consiglio europeo del 23 marzo 2018, l’Unione Europea “ribadisce la determinazione ad avere un partenariato quanto più stretto possibile con il Regno Unito in futuro. Tale partenariato dovrebbe riguardare la cooperazione commerciale ed economica nonché altri settori […]. Al tempo stesso, il Consiglio europeo deve tenere conto delle posizioni del Regno Unito, espresse a più riprese, che limitano la portata di detto partenariato futuro. La mancata partecipazione all’unione doganale e al mercato unico produrrà inevitabilmente attriti in ambito commerciale. Le divergenze nelle tariffe esterne e nelle norme interne, nonché l’assenza di istituzioni comuni e di un ordinamento giuridico condiviso, rendono necessari verifiche e controlli a difesa dell’integrità del mercato unico dell’UE e del mercato del Regno Unito, il che avrà purtroppo conseguenze economiche negative, in particolare nel Regno Unito”.

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By |28 marzo 2018|News & Trends|

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